Angelo Mosca

1994 - 1999 Genesi di una pittura

Vera Portatadino: Ciao Angelo, vorrei cominciare così, un po' spontaneamente con qualche domanda, in forma colloquiale, come se fossimo davanti a un buon bicchiere di vino, anche se ora sono le dieci del mattino.

Cominciamo dal titolo: “Angelo Mosca 1994/1999 genesi di una pittura”.

Come mai hai deciso di presentare al pubblico le opere che si riferiscono ad un preciso intervallo di tempo degli anni Novanta? Che relazione hai con queste opere, perché sono così significative oggi?

 

Angelo Mosca: In vino veritas. “Diciamo che da un lato mi divertiva rivedere quei quadri tutti insieme e dall’altro, considerato che hanno avuto una vita così tribolata, vorrei restituire un po’ di giustizia. Quando li presentai in occasione della mia prima mostra, così come in quelle successive, non vennero accolti con favore. Siamo nella prima metà degli anni Novanta. La pittura in generale - in particolare la mia, così diafana, grigia ed incolore, (cito solo il commento più carino) - era, se non avversata, quanto meno osteggiata. Però con il senno del poi, visti gli esiti della scena pittorica internazionale, mi pare che abbiano avuto ragione loro. Ecco, vorrei ricollocarli e restituire loro la giusta luce. Rivederli insieme dopo oltre vent'anni. E avere un parere del vostro pubblico sull'argomento”.

 

VP: Hai detto: "Però con il senno del poi visti gli esiti della scena pittorica internazionale mi pare che abbiano avuto ragione loro." Cosa intendi esattamente? Guardando le opere che hai selezionato per questa mostra, la prima cosa che salta all'occhio è il particolare interesse per la scena urbana: frammenti di automobili accese, l'indecisione di una donna che osserva un prodotto in un supermercato, cassonetti della spazzatura, scale mobili e strutture architettoniche, tubi, piastrelle, bagni, luci al neon... un ambiente urbano, costruito dall'uomo, ma in cui l'uomo è assente e, anche quando c'è, sembra non essere presente del tutto. Infine, sperimentazioni di materiali, dove la figurazione piano piano si perde e si mischia con un’atmosfera pittorica. Allora non ci conoscevamo e questo periodo del tuo lavoro è per me tutto da scoprire. Quali erano le tue preoccupazioni, le tue sfide e le tue fonti di ispirazione?

 

AM: Intendevo i miei quadri! Hanno avuto ragione loro. Devi sempre rapportarti all'epoca: è un esercizio difficile, ma necessario. A proposito, quanti anni avevi nel 1994? Che pittura si vedeva nelle mostre? Poi ci torneremo... I soggetti dei quadri non sono altro che un pretesto, almeno per me, in quel periodo. Dipingevo ciò che avevo intorno, viaggiavo molto in auto, riflettevo sul supermercato che è, in un certo senso, la metafora della società, o sui bagni pubblici: luoghi di passaggio, fugaci e promiscui. All'epoca vivevo tra Londra e Berlino e mi veniva naturale fare dei confronti. I bagni pubblici erano un buon punto di osservazione. Ero giunto alla definizione che, in un certo senso, dai "cessi" si vedono le differenze tra le diverse culture. Comunque, come ti dicevo, non erano i soggetti il centro del mio interesse, ma la pittura. Cercavo di determinare un canone… Cercavo il modo di conciliare l'idea mentale con quella resa in pittura e non riuscivo a capire come fare. Ero continuamente sperimentale nel lavoro dei bagni e in "Scomposizione di un quadro" arrivai alla svolta. Sono sei quadri: il primo è il più grande, c'è tutta l'immagine. I successivi sono frammenti del primo. Sono stati dipinti ognuno con tecniche diverse e con preparazioni differenti. Nell'ultimo, dal titolo "Riemerge un'immagine", vidi che alcuni pennarelli indelebili, insieme a una particolare preparazione della tela e con un trattamento successivo di olio e resine, iniziavano ad avvicinarsi a quello che cercavo. E' morto Bauman e io non mi sento tanto bene ovvero piuttosto che pensare il futuro è meglio ripensare il passato.  

 

VP: Nel 1994 avevo dieci anni. A quel tempo disegnavo alberi con le matite colorate, a scuola. Sarebbe stato ugualmente interessante parlare di pittura. Oggi mi capita spesso di interrogare bambini rispetto ai miei dipinti: quello che viene fuori è sorprendente e affascinante. Quanto al ripensare al passato, anche il tuo movimento dai grandi centri urbani verso un piccolo paese dell'Abruzzo come Castel di Ieri, ha a che fare con questo? In molti, ci stiamo spostando fuori dalle città, dalle metropoli, dai centri di produzione e per così dire del "progresso e della velocità" verso un ritorno ai tempi dilatati, agli spazi delle comunità e delle relazioni interpersonali, un ritorno alla natura... Mi racconti quando e come hai deciso di lasciare Londra per tornare nel Centro Italia e che impatto pensi o desideri che questo cambiamento possa avere sulla tua pittura?

 

AM: Avevi dieci anni quando io facevo la prima mostra. Come ti dicevo la scelta di mostrare questi quadri è dettata anche dalla curiosità di avere una vostro feedback sui lavori e anche per ripercorrere un periodo che di cui si sa e si parla molto poco. Soprattutto in riferimento alla pittura. Rari, in generale, i quadri perché di pittori ce n'erano pochi e di gallerie che li mostravano, ancor meno: si potevano contare sulle dita di una mano. Credo che sia questa, se ce n'è una, la valenza di questa mostra. "Ridefinire il passato più che pensare il futuro". Con questa espressione intendo portare l'attenzione sul ruolo dell'artista. Più che pensare alla pittura che verrà, all'arte che verrà, pensare all'artista che verrà. Ecco cosa mi ha portato a Castel di Ieri: la necessità di ridare centralità seppure simbolica all'artista e al suo ruolo politico e sociale. Al centro del borgo, con il mio studio e a stretto contatto con il sindaco, il paese sa che può rivolgersi a me come figura alternativa alle logiche che hanno determinato i ragionamenti e le azioni fino ad oggi. Una sorta di laboratorio permanente, con il quale vorrei partecipare il più possibile ai processi decisionali, portare anche il punto di vista di un artista prima che tutto sia già deciso. Dunque il mio ragionamento parte da qui, gli artisti, le avanguardie hanno sempre avuto un rapporto stretto con il divenire, si è troppo pensato all'artista come fautore di segni, di nuovi linguaggi e poco all'artista come attore all'interno di una comunità. In un certo senso mi sono ripreso la scena, la centralità del ruolo. Vado in consiglio comunale e in quello provinciale a portare un ragionamento, un discorso che altrimenti non farebbe nessun altro. Ogni tanto mi sento dire: ma lei che ci fa qui? Come le è venuto in mente di spostare il suo studio da Londra in questo borgo? In questa valle dove non ci sono più di 200 abitanti? Sono qui, dico sempre, per dare il mio contributo alla comunità attraverso una visione, la mia visione. È questo che manca, è questo ciò di cui ha bisogno il mondo, è questo ciò che si richiede oggi all'artista!

 

Angelo Mosca (Chieti, 1961) vive e lavora tra Ortona e Londra. Si laurea in comunicazione e sociologia e comincia a esporre i suoi primi quadri a metà degli anni Novanta. Ha esposto in diverse gallerie in Italia e all’estero tra cui Spazio Cabinet di Milano, Mars di Milano, Annarumma 404 di Napoli, Wendy Cooper Gallery di Chicago, Federico Luger di Milano, Modern Culture di New York, Otto Zoo di Milano, Galleria Lorenzo Vatalaro di Milano. Partecipa a due edizioni della Prague Biennale, nel 2003 e nel 2005. Nel 2009 fonda a Ortona Galleria/Galleria spazio no-profit crocevia di artisti, pensatori e poeti. È direttore del museo di Castel di Ieri, dove organizza residenze per artisti e mostre. Nel 2009 e nel 2012 partecipa al progetto Travelogue a Capri. Nel 2015, con Michele Tocca, cura la mostra al Casino dei Principi di Villa Torlonia, Roma, e l’omonimo volume “Pittura italiana... e altre storie minori” dove sono presentate anche sue opere. Sempre nel 2015 partecipa alla collettiva “Desiderio” al museo L’Arca di Teramo.